Effetto Chernobyl

Una recente serie Tv ha riproposto la vicenda di Chernobyl, località della Ucraina (all’ora ancora nell’ex Unione Sovietica) dove nell’aprile 1986 si produsse una contaminazione di materiale radioattivo che colpì non solo la zona circostante ma anche vaste zone d’Europa, fra cui l’Italia, provocando un numero non precisabile di morti causate dal diffondersi di tumori. Da questo episodio prendo spunto per una considerazione sulla realtà giovanile. Si parla di “effetto Chernobyl” per indicare una realtà che apparentemente è la stessa di prima, ma che invece al suo interno è cambiata, proprio come avvenne all’indomani del disastro in Ucraina, tutto sembrava come prima ma le radiazioni colpivano dal dentro l’organismo. Si può osservare una differenza tra l’attuale generazione di giovani e quella di qualche anno fa: la differenza risiede in una debolezza di coscienza nei giovani di oggi; una debolezza cioè non etica, ma relativa al dinamismo stesso della coscienza. Non per nulla, dopo tanti anni, si può notare l’influsso nefasto e decisivo del potere, della mentalità comune. È come se i giovani d’oggi fossero stati investiti da una sorta di Chernobyl, di enorme esplosione nucleare: il loro organismo strutturalmente è come prima, ma dinamicamente non lo è più; vi è stato come un plagio fisiologico, operato dalla mentalità dominante. È come se oggi non ci fosse più alcuna evidenza reale se non la moda (fan tutti così), che è un concetto e uno strumento del potere. Così anche l’annuncio cristiano stenta molto di più a diventare vita convinta, a diventar vita e convinzione. Quello che si ascolta e si vede non è assimilato veramente: ciò che ci circonda, la mentalità dominante, la cultura onniinvadente, il potere, realizzano in noi una estraneità rispetto a noi stessi. Si rimane cioè, da una parte, astratti nel rapporto con se’ stessi e affettivamente scarichi (come pile che invece di durare ore durano minuti); e, dall’altra, per contrasto, ci si rifugia nella comunità virtuale come protezione. Se l’evidenza oggi più convincente sembra essere la moda, dove la persona può ritrovare se’ stessa e la propria identità originale? La persona ritrova se’ stessa in un incontro vivo, imbattendosi cioè in una presenza che suscita un’attrattiva e la provoca a riconoscere che il suo «cuore» – con le esigenze di cui è costituito – esiste.  L’io ritrova se’ stesso nell’incontro con una presenza che porta con sé questa affermazione: «Esiste quello di cui è fatto il tuo cuore! Vedi, in me, per esempio, esiste». L’uomo riscopre la propria identità originale imbattendosi in una presenza che suscita un’attrattiva e provoca un ridestarsi del cuore, un sommovimento pieno di ragionevolezza, in quanto realizza una corrispondenza alle esigenze della vita secondo la totalità delle sue dimensioni – dalla nascita alla morte. La persona si ritrova dunque quando in essa si fa largo una presenza che corrisponde alla natura profonda della vita: solo così l’io non è più nella solitudine. Normalmente, dentro la realtà comune, l’uomo, come «io», è nella solitudine, da cui cerca di fuggire con l’immaginazione e i discorsi.

don Luca