Hebel e ruah

Davanti allo spettacolo della grandezza e della magnificenza del cielo, ricamato con delicatezza dalle dita di Dio, il salmista si chiede: “Che cosa è l’uomo?” (Sal 8,5). La risposta che segue è eccezionale e sorprendente: “Che cosa è mai l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi? Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato” (Sal 8,5-6). L’essere umano è posto al vertice della creazione come un essere quasi divino, con il quale Dio stesso condivide i propri attributi di gloria e maestà. Eppure davanti a questa condizione non si può non vedere cosa sia l’uomo: “L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa” (Sal 144, 3-4). Nel salmo 144 l’uomo è presentato con la parola ebraica “hebel”, cioè “vapore inconsistente”, “un sospiro”, “vanità”. Pensiamo ai famosi passaggi del libro del Qoelet dove questo termine “hebel” ricorre molte volte: “Vanità delle vanità”. Parole che molto spesso abbiamo sentito. Le vicissitudini del coronavirus ci hanno messo di fronte, una volta di più, alla umana fragilità. Si rischia proprio di essere un “soffio”, di non avere consistenza tale da far fronte a ciò che può attentare alla nostra incolumità. Possiamo notare comunque che le vicende della vita, se osservate con occhio e cuore attenti, sono maestre di insegnamenti i quali ci permettono di vedere la nostra esistenza nelle proporzioni giuste e adeguate. Questo atteggiamento permette di vedere un limite della nostra società che è quello di ripiegare ossessivamente il significato della vita solo sul presente. “Tutto e subito”, “meglio un uovo oggi che una gallina domani” (e a volte si fanno frittate… da buttar via…). Si vive come se non ci fosse un domani, cercando con affanno di trattenere situazioni che poi sfuggono. E ciò non fa che far percepire maggiormente che siamo “hebel”, rischiando forti e cocenti delusioni. Ma pur fragili noi possiamo comprendere che non siamo fatti per essere schiavi di un presente senza futuro. Questo perché in noi è presente anche il “ruah”. Con tale termine ebraico viene indicata la Potenza divina che può riempire gli uomini, cioè lo Spirito Santo che inabita in ciascun battezzato. E’ la Grazia che Dio ci concede per poter leggere la nostra vita in modo vero e pieno. Lo Spirito Santo, “ruah”, ci fa capire la bellezza del presente senza trascurare il fatto che esso è il dono e l’occasione che ci viene data per cercare e vivere il bene che Dio ci mostra. È necessario allora permettere allo Spirito di dilatare e anche rompere la misura della nostra capacità di accoglienza, cioè del nostro cuore e della nostra vita. Come avvenne per Maria, il cui cuore fu formato dalla grazia di Dio per accogliere senza riserve il Verbo attraverso l’opera dello Spirito. Questo in noi non avviene una volta per tutte, così come per vivere dobbiamo ripetere costantemente l’atto della respirazione. Il Risorto rimane sempre con noi nella Chiesa e nel nostro cuore a soffiare il dono dello Spirito, affinché in ogni istante possiamo ricevere da Lui la vita nuova. Buona Pentecoste!            don Luca