Personaggi manzoniani: don Abbondio e la sua fragilità

Dopo una inquadratura paesaggistica che fa da sfondo, compare il primo personaggio emblematico de I promessi sposi. Durante la lettura del romanzo apparirà il temperamento; non molto diverso da quello che molti di noi cercano di nascondere, se ne sono consapevoli.
Ma nel frattempo l’incontro con questo che è stato definito anti-eroe introduce ulteriormente nel cuore dell’autore che sa guardare alla fragilità umana più o meno inconsapevole con benevolenza e realismo… forse perché riconoscendo in se stesso la medesima fragilità, qualcosa o qualcuno gli ha permesso di riconciliarsi con se stesso. Più che una descrizione psicologica di cui Manzoni sarebbe stato capacissimo, sono solo i gesti – questi sì, ben descritti e dosati – che tradiscono il carattere di don Abbondio. Gustosissimi sono i contenuti, se si ha la pazienza di scoprire sotto quei gesti la tranquillità e l’abitudine di una vita sanza infamia e sanza lodo (Dante, Inferno, III canto) costruita con ben sessant’anni di sforzi eroici per… stare in equilibrio tra le varie e inevitabili prepotenze che la vita ci pone innanzi. Ma quel che colpisce immediatamente è lo sguardo bonario dell’autore che non punta il dito contro il limite del suo personaggio, ma sembra abbracciarlo con la tenera ironia di un padre che compatisce il figlio anche se non è perfetto come lo vorrebbe. L’ironia. A questo proposito è interessante chiedersi che spazio abbia l’ironia nei nostri rapporti quotidiani spesso così superficiali, sbrigativi e impietosi… Ci stiamo assimilando a quella mentalità del protesto (meglio: urlo), dunque sono, per parafrasare una frase ben più celebre e ingannatrice (penso dunque sono) e non siamo più nemmeno capaci di guardare con pietà vera a noi stessi… Ma non può accettarsi nella sua fragilità chi non riconosce e non scopre di avere un padre che lo accoglie e lo perdona e perciò lo guarda con ironia e senza moralismo. Ebbene, Manzoni sa accogliere proprio i personaggi più fragili e “innocenti” nella loro fragilità quasi inconsapevole, con quest’ironia, che noi ormai abbiamo dimenticato, perché il nichilismo della cultura contemporanea l’ha trasformata in sarcasmo duro, cinico o nel miglior caso amaro. Ma continuiamo a guardare il nostro don Abbondio che durante la sua serena passeggiata quotidiana vide una cosa che non s’ aspettava, e che non avrebbe voluto vedere. E’ davvero interessante il gioco psicologico che mette di fronte la prepotenza pura di chi è completamente dimentico di sé perché da tempo ha scordato di essere un uomo libero e responsabile, i Bravi, e l’atteggiamento conciliatore del nostro Don Abbondio. Quante volte anche noi, per un errato concetto di pace, per un buonismo inefficace e dannoso, scendiamo a patti con i violenti?
Con i prepotenti non si ottiene certo granché usando la loro stessa violenza, ma occorre almeno essere forti, cioè decisi nel servire la verità e la giustizia, costi quel che costi.
Scopriamo poi che don Abbondio non agisce così semplicemente perché impaurito (e chi non lo sarebbe stato?), ma perché ha una sua ben precisa visione della realtà, un suo progetto ben chiaro: un sistema di quieto vivere (…) costato tant’anni di studio e di pazienza, e Egli pensa alla morosa dirà nel capitolo successivo pensando a Renzo, ma io penso alla pelle…
Anche il suo, come quello dei Bravi, è un atteggiamento inconsapevole di sé, perché fedele al sistema di vita, non adeguatamente giudicato, che per ben sessant’anni ha retto…
Ma tutti i nodi vengono al pettine e a un certo punto l’esistenza ci costringe a fare i conti con la realtà che non risponde mai ai nostri schemi; e allora tanto vale guardarla per quello che è e affrontarla con onestà intellettuale.
In tutto questo tumulto di avvenimenti che comincia a coinvolgere don Abbondio, domina però lo sguardo affettuoso, ironico e non inquisitore del Manzoni che così ci rende partecipi dell’atteggiamento profondamente cristiano che davanti all’altro non condanna, ma accoglie tutta la fragilità e la perdona.