San Giuseppe, sposo (giovane) e vergine per il Regno

Certe distorsioni degli apocrifi, che san Girolamo chiamava «deliramenta», hanno falsificato la verità storica e teologica su san Giuseppe. Che aveva consacrato la sua verginità per il Regno dei Cieli, come insegnano santi e pontefici, ed era giovane quando sposò Maria. Al suo ruolo essenziale nella storia della Salvezza deve corrispondere un’adeguata iconografia, così da aiutare una nuova evangelizzazione.

Senza Messe con concorso di popolo, è una solennità di san Giuseppe del tutto singolare quella che si celebra oggi. Su esortazione della Cei, le famiglie e tutti i fedeli sono invitati a pregare in casa il Rosario, unendosi spiritualmente alle 21 nella recita dei Misteri della Luce, seguita dalla preghiera «A te, o beato Giuseppe» composta da Leone XIII.

Mai come oggi è necessario invocare il patrocinio del Custode della Santa Famiglia e patrono della Chiesa. Cioè di colui che, subito dopo Maria Santissima, merita di essere onorato come il più eccelso tra i santi, in virtù della sua formidabile partecipazione al mistero della Redenzione, al quale cooperò servendo «direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità» (Redemptoris Custos, 8).

Al di là delle distorsioni degli apocrifi, che purtroppo hanno influito su tanta teologia e iconografia marginalizzandone la figura, san Giuseppe è divenuto autentico ministro della salvezza consacrando la sua intera vita – e la sua verginità – per il Regno dei Cieli. Sebbene al riguardo non ci sia, diversamente dalla Madonna, un solenne pronunciamento dogmatico, la verginità perpetua di san Giuseppe è dottrina cattolica certa, trasmessa da dottori della Chiesa, pontefici e santi.

Già san Girolamo (†419/420), chiamando «deliramenta» certe fantasie degli apocrifi, scrive che «rimase vergine colui che meritò di essere chiamato padre del Signore». Anche il contemporaneo sant’Agostino mette in risalto tanto la paternità di san Giuseppe quanto la sua verginità: «Come Maria era castamente coniuge, così Giuseppe era castamente marito; e come Maria era castamente madre, così Giuseppe era castamente padre… Perché padre? Perché tanto più vero padre, quanto più casto padre (tanto firmius pater, quanto castius pater)». Sempre nella stessa epoca, san Pietro Crisologo indica nei suoi sermoni il matrimonio di Maria e Giuseppe quale figura dell’unione sponsale tra Cristo e la Chiesa.

Nel Basso Medioevo arriva poi il grande contributo di san Tommaso d’Aquino (†1274), il quale, come sintetizza il noto josefologo padre Tarcisio Stramare, «ha tre affermazioni che formano i capisaldi della teologia di san Giuseppe: 1) matrimonio vero e perfetto, tra Giuseppe e Maria, quanto all’essenza e prima perfezione, non però quanto all’uso […]; 2) verginità perfetta conservata da Giuseppe per tutta la sua vita […]; 3) voto di verginità sia in Maria sia in Giuseppe, condizionato prima del matrimonio, assoluto dopo»[1].

In virtù della sua verginità e del suo ministero verso Gesù, san Giuseppe è un modello anche per i sacerdoti. Perciò, la sua eccezionale figura può contribuire a illustrare la grandezza del celibato e il suo legame ontologico – come direbbe Benedetto XVI – con il sacerdozio.

Al riguardo, diversi pontefici del XX secolo hanno attinto all’esempio di san Giuseppe. Così Pio XI, nell’enciclica Ad catholici sacerdotii, scrive che il Divino Maestro «ha voluto essere educato fin dall’infanzia nella casa di Nazareth con Maria e Giuseppe, entrambi vergini (virginibus utrisque)». Il suo successore, Pio XII, nella Sacra Virginitas, motiva la continenza perfetta richiesta ai sacerdoti citando tra gli altri san Pier Damiani, che scrive: «Se il nostro Redentore ha amato tanto il fiore del pudore intatto che non solo volle nascere dal seno di una Vergine, ma volle essere affidato anche alle cure di un Custode vergine, ciò quando, ancora fanciullo, vagiva nella culla, a chi, dunque, ditemi, vuole Egli confidare il suo Corpo, ora che Egli regna, immenso, nei cieli?».

Nel trattare il Corpo e il Sangue di Gesù nelle specie eucaristiche, il sacerdote deve quindi imitare la riverenza con cui san Giuseppe prendeva in braccio, nutriva, allevava, contemplava e adorava Gesù nella sua vita nascosta. Ancora, san Giovanni Paolo II, nell’allocuzione del 19 marzo 1980, indicò il Capo della Santa Famiglia come modello per «tutti i pastori e ministri della Chiesa» perché servano il popolo di Dio «come san Giuseppe servì degnamente il Signore Gesù e la Vergine Maria».

In che modo Giuseppe servì il Redentore e la Corredentrice lo si sa bene dai Vangeli. È lui che custodì l’onore di Maria, lui che protesse Gesù Bambino quando Erode lo voleva uccidere, lui che guidò il divin Figlio e Sua Madre nella fuga in Egitto, lui che li riportò in Israele, lui che provvide al loro mantenimento, lui che insegnò un mestiere a Gesù. Fece questo e altro ancora nel pieno delle sue forze e facoltà, come era logico e conveniente per colui al quale Dio Padre aveva affidato i suoi più grandi tesori, Gesù e Maria, ponendo sotto la custodia di san Giuseppe «gli inizi della nostra Redenzione», come ricorda la liturgia. Gli apocrifi che lo descrivono come vecchio e marginale, dunque, oltre a essere privi di fondamento storico, falsificano il disegno divino in cui san Giuseppe ha un ruolo essenziale, direttamente legato al mistero dell’Incarnazione.

In questo senso san Bernardino da Siena si lamentava dei pittori che «el dipingono vecchio maninconioso». Essendo l’arte sacra mezzo privilegiato di catechesi, alla retta comprensione del ruolo di san Giuseppe nella storia della Salvezza deve accompagnarsi un’adeguata iconografia. Come ricorda padre Stramare, «l’arte è il polso, dove si può oggettivamente controllare lo stato di salute della teologia» e, quindi, nell’ottica della nuova evangelizzazione e di un’efficace pastorale della famiglia è importante che «le rappresentazioni moderne del Santo non solo restituiscano a san Giuseppe l’età giovanile che gli conviene, ma che interpretino gli episodi evangelici alla luce del loro significato cristologico, facendo emergere la missione di san Giuseppe “ministro della salvezza”»[2].

Quanti anni poteva avere Giuseppe al tempo dello sposalizio con Maria? Gli scritti di alcune mistiche convergono nel dire sotto i 35 e, in particolare, la venerabile Maria di Ágreda afferma che «aveva trentatré anni, una bella figura e un aspetto attraente, ma di incomparabile modestia e serietà; dotato di santissime inclinazioni, era soprattutto castissimo nelle opere e nei pensieri e, fin dal dodicesimo anno di età, aveva fatto voto di castità» (La mistica Città di Dio). Tutto per il Regno dei Cieli.

 

Articolo di E. Dovico tratto dal sito www.lanuovabq.it