
Riportiamo qui sotto l’omelia tenuta il giorno 3 Febbraio 2026, nella chiesa parrocchiale di San Biagio a Musso (Co), da mons. Francesco Cavina, vescovo, in occasione della festa patronale
Oggi celebriamo san Biagio, vescovo e martire, un santo molto amato dal popolo cristiano. La sua figura ci è familiare non solo per il suo nome, ma per il gesto che accompagna la sua memoria: la benedizione della gola, con le candele incrociate. È un segno semplice, ma ricco di significato.
San Biagio viene raffigurato come vescovo, per questo porta la mitria e il pastorale: segni di un pastore che si prende cura del suo popolo. Ma accanto a questi simboli troviamo quasi sempre le candele o gli strumenti del suo martirio. Arrestato perchè cristiano, fu sottoposto a torture con pettini di ferro, gli stessi utilizzati per cardare la lana, che gli lacerarono il corpo. Poiché non volle rinnegare Cristo, fu infine decapitato. Proprio quei pettini hanno fatto di san Biagio il patrono dei cardatori di lana, mentre la tradizione lo ricorda anche come protettore della gola. Il suo martirio ci parla di un uomo che ha vissuto il Vangelo fino in fondo, pagando personalmente la sua fedeltà a Cristo.
La tradizione racconta che san Biagio fosse anche medico e questo non è un dettaglio secondario. Egli si prendeva cura sia del corpo che dell’anima. Il celebre miracolo del bambino riportato in vita dopo essere stato soffocato da una lisca di pesce, non è solo un evento prodigioso, ma ci trasmette un messaggio di grande consolazione: Dio non è lontano dalle nostre angosce, non osserva il dolore da lontano, ma entra nelle situazioni più fragili e concrete dell’esistenza. San Biagio sapeva bene, però, che l’uomo è minacciato non solo dalla malattia del corpo, ma anche da una malattia dell’anima, che è il peccato. Per questo, si preoccupava non solo della cura del corpo, ma anche dell’anima. L’uomo è unità di spirito e di corpo.
L’uomo è unità di corpo e spirito, e non può trovare vero benessere occupandosi di uno solo dei due. Prendersi davvero cura di sé significa coltivare anche la vita spirituale, vivere in grazia di Dio, costruire un’amicizia autentica con Gesù. Chi vuole veramente bene a se stesso non può trascurare questa dimensione.
E allora, che cosa ha da dire san Biagio a noi oggi?
In un tempo in cui la parola spesso ferisce invece di curare, san Biagio ci invita a custodire la gola non solo come organo del corpo, ma come luogo da cui escono le nostre parole. Le candele che oggi si incrociano davanti al nostro collo diventano un richiamo: ciò che diciamo può può guarire o far male. San Biagio ci chiede: le nostre parole sono portatrici di amore, di verità, di speranza?
In un tempo in cui la fede è spesso vissuta con timore o superficialità, san Biagio ci ricorda il coraggio di una testimonianza coerente. Non cercò compromessi per salvarsi, ma rimase fedele a Cristo fino alla fine. Non ci chiede gesti eroici, ma una fede vissuta ogni giorno con sincerità, coerenza, anche quando costa.
E infine, in un mondo segnato da tante ferite, san Biagio ci insegna la compassione. Il suo sguardo attento al dolore degli altri è un invito a non passare oltre, a non essere indifferenti, a diventare anche noi strumenti di guarigione, con piccoli gesti di attenzione, di ascolto, di cura.
Affidiamoci oggi alla sua intercessione. Chiediamo non solo la salute del corpo, ma un cuore capace di amare, una parola che costruisce, una fede che illumina la vita.
San Biagio, vescovo e martire, medico del corpo e dell’anima, prega per noi.

