Come molte persone in Italia, mi sono recato anche io al cinema per vedere l’ultimo film di Checco Zalone “Buen camino”. L’attore è decisamente bravo e simpatico e, seppur con qualche concessione al triviale, risulta nel panorama nazionale uno fra i comici più bravi. Mi ha incuriosito e spinto ad andare a vedere il film il fatto che fosse ambientato nel Cammino di Santiago, esperienza che anni addietro ho avuto modo di vivere e che ringrazio il Signore di aver vissuto. Temevo una banalizzazione, magari in chiave umoristica, del Cammino e invece ne ho potuto constatare l’adeguatezza, chiaramente nei tempi cinematografici di un film con impronta di commedia comica.

Nel film ho apprezzato diversi spunti. Il primo è quello del rapporto genitori/figli, dove le figure principali del padre e della figlia si scontrano e incontrano, trovando poi quel rapporto di relazione che mancava. Un padre che nella parte iniziale è gaudente, spaccone e scansafatiche, si trova poco alla volta perdere e lasciare quelle abitudini e stili di vita per riuscire a ritrovare il rapporto con la figlia. La stessa figlia che da adolescente percepisce ideali ma anche fragilità e fatiche, si lascia conquistare poco a poco dall’affetto, un po’ pittoresco, del proprio papà. Dall’altro lato, la figura materna con quella del nuovo compagno di lei, rappresentano quel mondo “radical chic” pieno di ideologie ma incapace di un rapporto vero e sincero. Questa tematica “educativa” è inserita nella trama di questo genere particolare di film, ma comunque diretta ed efficace. Il secondo punto positivo è la scelta del tema del pellegrinaggio. Esso è infatti un andare verso la mèta della nostra esistenza. Si può vedere come esso sia la vera metafora della vita. Chiunque abbia fatto un pellegrinaggio impegnativo lo sa bene, nei giorni che dura il cammino si vivono condensate tutte le situazioni che capitano nel corso di una vita: l’entusiasmo, lo scoraggiamento, l’incidente, la fatica, la bellezza e la difficoltà della compagnia, la solidarietà e la solitudine. Il tutto sempre avendo presente la mèta, il nostro destino, rappresentato dal santuario che ci aspetta alla fine del pellegrinaggio; quel santuario che più volte durante il cammino si dispera di raggiungere, perché la vita è una battaglia continua con se stessi; e poi, finalmente, il santuario. Eccolo lì: ci si arriva esausti, con le facce stravolte dalla fatica ma con una gioia incontenibile, primizia di quella gioia che speriamo alla fine della nostra vita. Perché alla fine del cammino non si trova se stessi, come se fosse un semplice lavoro di introspezione, ma si trova Gesù che ci aspetta, ed è questo che getta la luce anche su di noi. E’ bello poi il finale (che non racconto tutto…) dove esce la scritta di augurio: “Buen camino a todos” ovvero “buon cammino a tutti”!. don Luca

