Devastazioni, la responsabilità dei figli e quella dei genitori

Gentile Redazione,

da madre di cinque figli, vorrei condividere una riflessione nata di fronte alle immagini della devastazione delle vetrine e dei negozi di Milano e Torino e ai racconti dei saccheggi che ne sarebbero seguiti. Mi sono posta una domanda molto semplice, forse scomoda: se uno dei miei figli fosse tornato a casa con oggetti sottratti durante quei disordini, io me ne sarei accorta? La mia risposta è sì. Me ne sarei accorta se avesse portato a casa un capo firmato che non gli avevo comprato, un telefonino nuovo di cui non conoscevo la provenienza o qualsiasi altro oggetto incompatibile con le sue possibilità e con le abitudini della nostra famiglia. Non perché una madre sia infallibile o possa controllare ogni istante della vita dei propri figli, ma perché educare significa anche conoscere, osservare, fare domande e non voltarsi dall’altra parte quando qualcosa non torna.

E se avessi scoperto che quegli oggetti provenivano da un saccheggio, avrei preteso che venissero restituiti alle autorità competenti. Mi sarei assunta la mia parte di responsabilità educativa, chiedendo scusa per ciò che mio figlio aveva fatto e insegnandogli, con i fatti prima ancora che con le parole, che ogni azione ha delle conseguenze.

Non si tratta di dichiararsi madri o padri perfetti, né di pensare che ogni comportamento sbagliato di un figlio sia necessariamente il risultato di una cattiva educazione familiare. I ragazzi sono persone in crescita, condizionate anche dal gruppo dei pari, dai modelli culturali, dai social network e dal contesto sociale in cui vivono. Ma riconoscere questa complessità non significa cancellare la responsabilità degli adulti. La pedagogia ci ricorda che educare non equivale semplicemente a mantenere i figli, proteggerli o soddisfare i loro desideri. Educare significa trasmettere un sistema di valori, stabilire dei limiti, insegnare il rispetto degli altri e accompagnare i giovani nella costruzione di una coscienza capace di distinguere non soltanto ciò che è conveniente da ciò che non lo è, ma soprattutto ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

Il pedagogista e filosofo John Dewey sosteneva che l’educazione è strettamente legata alla vita sociale e alla partecipazione alla comunità. In questa prospettiva, il rispetto delle regole non dovrebbe essere vissuto come una semplice imposizione esterna, ma come la consapevolezza che le nostre azioni hanno conseguenze sulle altre persone e sul bene comune. Dietro una vetrina distrutta non c’è soltanto un vetro da sostituire. C’è il lavoro di qualcuno, ci sono i sacrifici di un commerciante, gli stipendi dei dipendenti, la preoccupazione di una famiglia che teme di perdere il proprio reddito. C’è, soprattutto, la fiducia nella possibilità di vivere insieme rispettando diritti e doveri reciproci. Rubare durante una protesta non è un atto di dissenso. Distruggere il lavoro altrui non è una forma di libertà. E appartenere a un gruppo, sentirsi parte di una folla o aderire a una causa non può diventare una giustificazione per sospendere la propria coscienza individuale. La libertà, infatti, non consiste nel fare tutto ciò che si desidera, ma anche nel sapersi assumere la responsabilità delle proprie scelte.

E qui arriviamo al punto che considero centrale: che cosa accadrà nei prossimi giorni? Se tra gli oggetti sottratti vi sono capi d’abbigliamento, telefoni o altri beni che qualcuno ha portato nelle proprie case, quanti genitori si preoccuperanno di verificarne la provenienza? E quanti, una volta scoperto che si tratta di refurtiva, avranno il coraggio di accompagnare i figli a restituirla alle autorità competenti, anziché nasconderla, minimizzare o fingere di non sapere? Non possiamo sapere in anticipo che cosa faranno le singole famiglie, e l’assenza di restituzioni pubblicamente note non dimostrerebbe, da sola, che nessun genitore si sia assunto le proprie responsabilità. Ma la questione resta: quale messaggio trasmettiamo ai nostri figli quando, di fronte a un comportamento grave, scegliamo il silenzio per proteggerli dalle conseguenze?

Un genitore che giustifica sempre il proprio figlio, anche quando ha commesso un torto, forse lo protegge nell’immediato da una punizione, ma rischia di privarlo di un insegnamento fondamentale: la possibilità di riconoscere l’errore, riparare il danno e diventare una persona più consapevole. La vera protezione non consiste nel sottrarre i figli alle conseguenze delle loro azioni. Consiste nell’aiutarli a comprenderle e ad affrontarle. Amare un figlio non significa considerarlo sempre innocente, ma avere il coraggio di dirgli che ha sbagliato.

Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto la famiglia. I figli crescono anche attraverso ciò che vedono nella società: il modo in cui gli adulti parlano delle regole, trattano gli altri, reagiscono alle ingiustizie e giustificano i comportamenti di chi appartiene al proprio gruppo. Non possiamo pretendere dai giovani rispetto, onestà e senso civico se poi offriamo loro, quotidianamente, esempi contraddittori. La responsabilità educativa, dunque, è condivisa: comincia in famiglia, prosegue nella scuola e si consolida nella società. Nessuna di queste istituzioni può delegare interamente alle altre il compito di formare cittadini consapevoli.

Da madre di cinque figli, non pretendo di avere tutte le risposte. So, però, che educare richiede fatica, coerenza e talvolta decisioni impopolari. Richiede la capacità di dire dei no, di porre limiti e di non confondere l’amore con l’indulgenza senza condizioni. Per questo credo che, davanti a episodi come quelli di Milano e Torino, la domanda non debba essere rivolta soltanto a chi ha distrutto o saccheggiato. Dovremmo rivolgerla anche a noi adulti: quali valori stiamo trasmettendo? Quali comportamenti siamo disposti a tollerare? E quale esempio di responsabilità offriamo ai nostri figli quando sono loro a sbagliare? Perché una società civile non si costruisce soltanto attraverso le leggi e le sanzioni, per quanto necessarie. Si costruisce anche attraverso le coscienze, le relazioni e la capacità di riconoscere che il bene comune appartiene a tutti e che, proprio per questo, tutti abbiamo il dovere di proteggerlo.

Trovo altrettanto scandaloso il comportamento di quella parte della sinistra italiana che, di fronte a episodi di devastazione e saccheggio di questa gravità, non ha saputo esprimere una condanna chiara, netta e inequivocabile. Di fronte alla distruzione, alla violenza e alla violazione dei diritti altrui, non dovrebbero esserci ambiguità, distinguo di convenienza o giustificazioni dettate dall’appartenenza politica.

Se vogliamo insegnare ai nostri figli il rispetto delle regole, dobbiamo pretendere coerenza anche da chi ci governa, da chi ci rappresenta e da chi contribuisce a formare l’opinione pubblica. La legalità non può essere un valore da invocare contro gli avversari e da relativizzare quando a violarla sono i propri sostenitori. I figli non sono soltanto il futuro della società: sono anche il riflesso, mai perfetto ma significativo, del mondo adulto in cui crescono. E se vogliamo che imparino a distinguere il bene dal male, dobbiamo essere noi per primi disposti a farlo, soprattutto quando la verità è scomoda e la responsabilità ci riguarda da vicino.

Avv. Sara Occari

articolo tratto dal sito www.lanuovabq.it