Perché insistiamo tanto sulla scuola in presenza

Per come la intendiamo noi, l’educazione non è solo la trasmissione di un sapere, ma di un senso delle cose. Questo avviene tramite una relazione e, da questo punto di vista, l’insegnante può essere “assente” anche con la didattica in presenza o, viceversa, come nel caso di Paola, essere “presente” con la didattica a distanza. Detto questo, però, noi la Dad non la amiamo: resta un ripiego, una toppa, un surrogato. Utile quanto si vuole, ma comunque una barriera nella relazione fra le persone.

1. I dati

Se Agostino Miozzo, ex coordinatore del Cts, dichiara a Repubblica che «il ministero non ha dati, non sa quanti docenti sta vaccinando, non conosce i contagi interni agli istituti scolastici», qualche domanda ce la poniamo. In base a quale fatto sono state allora chiusi gli istituti? Ieri sul Fatto quotidiano è apparsa un’intervista a Sara Gandini, epidemiologa, biostatistica e docente di Statistica medica all’Università di Milano. Gandini ha di recente presentato uno studio e anche nell’intervista al Fatto ribadisce che «la scuola resta uno dei posti più sicuri». Attenzione: Gandini non dice che la scuola è a rischio zero (il rischio zero non esiste), ma afferma che, in base ai numeri da lei elaborati, non è nelle aule che si diffonde maggiormente il virus.

Dice, infatti, rispondendo a una domanda:

«Intendiamoci: il rischio zero non esiste. Le scuole non sono “sicure in assoluto” come nessun luogo durante una pandemia, ma ci sono protocolli da seguire. E come per ogni scelta, va fatto un bilancio tra rischi e benefici».

2. Gli effetti collaterali

A fronte di questi numeri, ne abbiamo poi altri che riguardano gli effetti collaterali psicologici di queste chiusure. Sono i numeri dei pronto soccorsi psichiatrici e delle depressioni, cui si aggiungono quelli sull’incremento dei disturbi alimentari nell’anno del Covid (+30 per cento). Nell’articolo di Tempi, Grotti ne elencava alcuni e notava giustamente che, per molto meno, «è stato sospeso il vaccino AstraZeneca».

«Negli Stati Uniti gli accessi ai pronto soccorsi psichiatrici degli ospedali pediatrici americani sono aumentati del 24 per cento fra i bambini di 5-11 anni e del 31 per cento fra gli adolescenti di 12-17 anni. I Cdc, Centri per il controllo delle malattie, organismi che gestiscono le crisi sanitarie negli Stati Uniti, hanno concluso in uno studio pubblicato alla fine dell’anno scorso che un giovane americano su quattro aveva avuto pensieri suicidi durante la pandemia».

3. La scelta

C’è poi per noi un discorso più importante di quello sui dati e che riguarda la scelta di chiudere le scuole. Perché di “scelta” fra due opzioni si tratta e non è vero che essa è “obbligata”. In un anno, molto si sarebbe potuto fare, mentre nessun piano trasporti è stato presentato e nessun tentativo di coinvolgimento delle comunità e associazioni territoriali è stato avanzato. Si è chiuso tutto secondo un motto che potremmo riassumere così: “Tanto c’è la Dad”.

Questo l’abbiamo fatto noi, altri paesi hanno ragionato diversamente. Lo ricordava ieri Claudio Cerasa sul Foglio:

«Le scuole, in questo momento, come da rilevazione fatta dall’Unesco all’inizio di questa settimana, sono aperte in Francia, Spagna, Svizzera, Austria, Croazia, Finlandia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Romania. Sono parzialmente aperte in Gran Bretagna, nei Paesi Bassi, in Polonia, Ungheria, Grecia, Albania (ad aver chiuso di meno, in questi mesi, sono state la Svizzera, solo 6 settimane; la Francia, solo 9 settimane; e la Spagna, solo 15 settimane). Sono chiuse – oltre che in Italia, che in Europa è il paese, dopo la Repubblica ceca, la Polonia, la Slovacchia e la Macedonia ad aver avuto più settimane di chiusura (29) – in Germania, Irlanda e Portogallo, dove però le settimane in cui le scuole sono state chiuse, totalmente o parzialmente, sono state pari a 23 in Germania, a 17 in Portogallo e a 22 in Irlanda».

4. La priorità

Il fatto che noi contestiamo, quindi, è che è stata fatta la scelta più sbrigativa: chiudere le scuole e scaricare il peso di questa opzione sulle spalle di insegnanti e famiglie. Per decidere in maniera diversa bisognerebbe porre la questione educativa in cima alle nostre priorità e agire di conseguenza. Questo non è stato fatto e secondo noi è un errore. Certo, occorre accettare un rischio, ma è un “rischio calcolato” che tiene conto dei contagi e degli effetti psicologici.

NB: Forse se ne è accorto anche il ministro Bianchi che proprio l’altro giorno durante un’audizione ha detto di essere «assolutamente convinto che serva riprendere la scuola in presenza, a partire dalle aree periferiche», anche se poi ha subito aggiunto che «il calendario lo fanno le Regioni».

articolo preso dal sito www.tempi.it